Per Claudio

LICIA ALTERIO: Claudio diceva sempre: “Mio fratello Marcello, un grande! Ha suonato per cinque anni al conservatorio e non ci apreru mai”.

GIORGIO ASCENTI: Quando penso a Claudio i miei ricordi tornano purtroppo a giorni bui, momenti complicati. Eppure, in mezzo a tutto, rimangono indelebili nel mio pensiero i suoi occhi sempre sorridenti, chiari, vivi, capaci di esprimere più di mille parole. Ciao Claudio, sembra ieri.

ANTONELLA BERTUCCINI: Claudio, Simona, Gianpiero ed io a pranzo insieme. Io e Gianpiero discutevamo molto animatamente. Claudio palesemente innervosito ci blocca e con tono severo dice: basta, avete rotto, ora parlo io… ed esclama… Buone le polpette! Questo era il suo modo di rendere, a tutti noi, la vita più leggera.

UMBERTO BONANNO: Ciao Amico mio Claudio. Come stai? E non rispondere come al Tuo solito “cumbattu ca’ fami e ca’ dibulizza” perchè l’unica fame che conta è la fame d’amore e a Te non mancherà mai quella dei Tuoi cari e dei Tuoi Amici e a “dibulizza” non è da Te per il coraggio e la forza che ci hai lasciato. Nel mio cuore sempre.

SIMONA CARATOZZOLO: Fila interminabile in via Ugo Bassi. Un’auto aspetta che quella davanti liberi il parcheggio. L’uomo alla guida, con estrema calma, apre lo sportello posteriore, appoggia la borsa, si toglie il cappello, sfila la giacca… come se non ci fosse nessuno ad aspettare. Claudio non ce la fa. Si sporge dal finestrino, mezzo busto fuori, e urla gesticolando: “Oh! Ti vuoi fari magari a doccia?!” Io sprofondo nel sedile, mentre attorno partono gli applausi divertiti di tutti. Lui era così: pronto, scattante, luminoso. Incredibilmente sagace, geniale. Cuore, anima e cervello insieme. …. E adesso, come allora, tu sei qui.

ROBERTO CARRABBA: Claudio era la persona più buona e generosa che io abbia mai conosciuto. Il primo del mese prendeva la paghetta e, puntuale come un rito sacro, offriva a chiunque respirasse nel raggio di dieci metri. Dal giorno 3 in poi, però, scattava il contrappasso: toccava a noi della combriccola mantenerlo… ma con affetto, perché Claudio era fatto così.

GIGI CHIARENZA: A Lipari… le barzellette non le raccontavamo… ne facevamo teatro… Zelig arrivò dopo!

BRUNO CILENTO: Claudio aveva sempre la battuta pronta ed era un ottimo mediatore: ‘Elezioni Universitarie, momenti indimenticabili, nelle ultime due settimane si dormiva pochissimo, alcuni restavano svegli anche 72 ore, riunioni continue, era una caccia al voto, gli ultimi giorni si arrivava distrutti e Claudio era sempre presente, una sera tra me ed un altro del nostro gruppo inizia una discussione, che stava degenerando, Claudio si mette in mezzo , allarga le braccia , ci guarda e dice:”A finemu o vi miscu a tuttedui

ALFREDO CONTI: Eravamo solo bambini e lui era quello naturalmente estroverso, dotato di un carisma che si percepiva subito. Ma sapeva occupare il nostro spazio con autenticità, senza forzature. In un’età in cui molti di noi stavano ancora cercando di capire chi essere, lui aveva una direzione chiara. Erano gli anni dei paninari, dei jeans El Charro, più un desiderio che una reale possibilità. Ricordo quando Claudio si presentò con un completo di jeans bianco candido, il fondo dei pantaloni sfrangiato, il giubbotto coordinato. Ai piedi, le sue immancabili Timberland, sempre rigorosamente slacciate. Quelle scarpe, portate così, rappresentavano il suo modo di stare al mondo, affermando una propria identità senza uniformarsi del tutto alle regole, con naturalezza e sicurezza. Claudio incarnava questa libertà. Per chi, come me, proveniva da un’educazione più rigida e da un percorso meno definito, la sua presenza rappresentava la testimonianza concreta che fosse possibile abitare il mondo con forza, autenticità e senza troppe regole. E di quanto questo risultasse affascinante e potente.

SALVATORE CUZZOCREA: Tra i tanti ricordi di Claudio mi fa piacere ripensare ai tanti pomeriggi trascorsi ad allenarci all’oratorio del Savio, lui in porta ed io che pensavo di essere un preparatore. Aldilà delle mie scarse capacità diciamo che Claudio non era un grande portiere, abbiamo trascorso tanti momenti in cui ci siamo divertiti e tornati a casa con le ginocchia sbucciate.

GIANPIERO D’ALIA: Andavamo dallo stesso barbiere, Sebastiano. Un giorno che ero lì a tagliare i capelli, Sebastiano mi dice: “Scusa ma a Claudio hanno cambiato gli orari di ingresso al liceo?” ed io rispondo: “No perché?”. A quel punto Sebastiano imbarazzato mi dice: “Sai Claudio da due settimane passa tutte le mattine da qui per salutarmi e bere un caffè. Gli ho chiesto perché non era a scuola e mi ha risposto che ormai ci va di pomeriggio.”. Dopo un po’ ricevo una telefonata da Pio Lo Re, Preside del “La Farina”, che mi chiede di andarlo a trovare per spiegare a mia madre che Claudio aveva “sparato” a scuola per quindici giorni. Interpellato, mio fratello mi dice con la sua solita calma sorniona “Sai ero impegnato in un complicato torneo di biliardo e non potevo mancare a questo importante appuntamento”. Lui è così va dove lo porta il cuore.

RICCARDO E SABRINA D’ALIA: Perché con TE era impossibile non terminare una conversazione con una risata…. come quando ci presentavamo a pranzo o cena all’improvviso e la tua domanda prima di ogni saluto era: ma vi trattenete anche per mangiare??? Alla mamma l’avete detto??? La tua preoccupazione era unicamente accertarsi che ciò che ti eri immaginato di mangiarti non venisse destinato ad altri non previsti… Perché dicevi… le cose vanno organizzate… E in un attimo ti mettevi ai fornelli cucinando per un esercito di persone che a quel punto chiamavi tutti al tuo tavolo … perché TU trasformavi sempre tutto in una festa , in una occasione per stare insieme e divertirsi. Ci manchi. Riccardo e Sabrina.

SALVATORE D’ALIA: Pranzo domenicale in famiglia: si commentava la strana condizione di una signora che nel bel mezzo di una cerimonia aveva continui sussulti e gridolini e ognuno faceva la sua considerazione tipo Parkinson o altro, ma ovviamente avevamo un medico in famiglia e tutti ci siamo rivolti a Claudio per avere un parere più autorevole. Lui con atteggiamento serio e professionale rispose: forse si scuddau u vibratore ddumato.
Meglio non dire cosa è successo in quel momento, io stavo bevendo e mi è uscita l’acqua dal naso ecc.

MARCELLO  D’ALIA: dicembre 2005.
Mio fratello Claudio era chirurgo e decise che era arrivato il momento di migliorare leggermente la mia estetica: un neo-vicino alla narice sinistra e una cisti piena di grasso sulla schiena.
Roba da poco, disse lui. “Due sciocchezze”, assicurò con l’aria serafica di chi ha in mano bisturi, anestesia e — dettaglio non secondario — parecchi conti in sospeso con il paziente.
Tre mesi dopo non ci sarebbe più stato, ma allora era nel pieno della sua forma: chirurgo brillante, carattere sopra le righe e un senso dell’umorismo vendicativo che, come scoprii troppo tardi, aveva deciso di esercitare proprio su di me. Mi stendo sul lettino operatorio. Piccola anestesia locale, camice verde d’ordinanza — che sulla carta doveva coprire con dignità il mio fisico statuario. Nella pratica era una specie di velo liturgico semitrasparente, grazie al quale l’équipe medica poteva contemplare, in controluce, tutto il mio splendore anatomico. Io ero lì, mezzo narcotizzato ma perfettamente cosciente, esposto come una statua greca… solo un po’ più mediterranea. In sala operatoria c’era anche un’anestesista straordinaria.
Bellissima, elegantissima, professionale. Io naturalmente apparivo davanti a lei nudo come mamma mi ha fatto, ricoperto soltanto da quel camice verde che più che coprire suggeriva. Non so chi fosse più imbarazzato: io, lei o il camice. A quel punto Claudio inizia l’intervento. Silenzio professionale. Concentrazione chirurgica? Macché. Con la calma di chi sta affettando una mozzarella, comincia a rievocare pubblicamente tutte le mie colpe infantili. «Ti ricordi quando mi hai dato quel calcio?» Pausa. Incisione.  «E quando mi promettevi di portarmi a Catania in macchina?»
Qui bisogna spiegare: lui da piccolo adorava andare in auto. Aveva circa tre anni e mi chiedeva con entusiasmo: «Andiamo a Catania?» E io, con la mia proverbiale onestà morale, lo caricavo in macchina, facevo un brevissimo giro sulla tangenziale di Messina, uscivo alla prima uscita… e tornavo trionfante:
«Eccoci, Catania.» Lui felicissimo. Io già avviato verso una carriera da truffatore internazionale.
E mentre lui adesso, bisturi alla mano, raccontava questi episodi davanti a tutta la sala operatoria, io capii improvvisamente che quell’intervento non era chirurgia: era un processo.
«Chiedi scusa», disse. «Claudio… stai operando.» «Chiedi scusa.»
E così, mentre mi asportava il neo con la precisione di un orafo, io — seminudo, avvolto nel mio camice trasparente, sotto lo sguardo dell’anestesista — chiedevo pubblicamente perdono per crimini commessi vent’anni prima. Due ore così. Io lo odiavo profondamente in quel momento.
Ma la verità è che l’ho amato per tutto il resto della vita. Perché Claudio era fatto così: coraggioso, imprevedibile, capace di vivere sempre un po’ sopra le righe… e perfino di trasformare una banalissima operazione chirurgica nel più imbarazzante regolamento di conti della storia della medicina.
E sì, lo ammetto: io ero uno stronzo. Ma lui, con il bisturi in mano e il sorriso sotto la mascherina, era un coglione preciso… e irripetibile.
Ciao fratellone!

SALVUCCIO DAVI’: Compare Salvuccio priparamu a pasta all’amatriciana cu guanciali chi ni desi Nello e poi scinnemu in macelleria, na manciamu cu Nellu Nicola e l’ingegneri e poi un bel caffè o bar campagna, chi pi fari quattru caffè ni fa veniri l’anzia.

CATENO DE LUCA: Raduno di Sirmione della corrente Prandiniana della Democrazia Cristiana. C’era uno dei pilastri del giovanile della DC coetaneo di Gianpiero, Salvatore Librizzi di Capo D’Orlando, che ogni sera prima di dormire si metteva delle cremine sul corpo e sul viso. Eravamo in una camera tripla e siccome ci sembrava bizzarra questa cosa, abbiamo deciso, con Claudio, che dovevamo fare qualcosa: prendemmo una parte di queste cremine e le spalmammo tra le lenzuola di   Salvatore. Quella sera siamo stati in attesa di goderci la scena: Salvatore dopo essersi impomatato, si è tolto gli occhiali, ha spento la luce e si è coricato. Ad un certo punto abbiamo sentito la sua reazione ed il suo disappunto perché tutto il suo pigiama era imbrattato di queste cremine. All’inizio voleva picchiarci ma poi finì tutto in una risata.

FRANCESCO GENTILUOMO: Pronto Cla, sei arrivato a Benevento?
No Ciccio pioveva a dirotto e in una curva sono uscito fuori strada in mezzo ad un campo di pomodori.
E come stai?
Bene ma c’è il contadino incazzatissimo!

ADOLFO JACOPINO: Correva l’anno 1997 e noi, io (Foffo), Claudio e Domenico (Mommo), tre ragazzi pieni di sogni, continuavamo a studiare tutti e tre insieme, come sempre avevamo fatto, con un obiettivo grande quanto il mondo: diventare medici. Facevamo giornate piene di studio, dalla mattina, quando non c’erano le lezioni universitarie o, altrimenti, da subito dopo fino a notte fonda, fumando un milione di sigarette, soprattutto le pessime MS e Cartier, poiché i soldi da studenti scarseggiavano, ma quello passava la casa e di quello ci accontentavamo, tra una risata e l’altra, tra una preoccupazione per quel determinato esame e l’altro, tra un incoraggiamento a vicenda e l’altro, tra un consiglio su come conquistare la ragazza che allora ci faceva battere il cuore e l’altro. Nel mese di febbraio, però, ci prese la fissa che dovevamo guardarci il Festival di Sanremo, per distrarci, per farci due risate in compagnia, per rilassarci e così facemmo, anche quello insieme, a casa di Claudio… e proprio Claudio, tra le tante frasi che tirava fuori – molte delle quali, a dire il vero, non proprio ripetibili – la sua mente ne sfornava sempre una nuova, sempre perfetta per ogni situazione, riprese quello che era il tormentone del Festival lanciato da Piero Chiambretti e cioè “Comunque vada, sarà un successo”: quella che non era solo una frase del Festival, ma un modo di stare insieme, di sostenerci, di credere l’uno nell’altro quando serviva davvero, diventò subito il “nostro” tormentone, lo ripetevamo continuamente, divenne il motto di ogni nostro esame universitario, ma, soprattutto, di quella cavalcata trionfale, materia dopo materia, che ci portò alla Laurea nell’ottobre dello stesso anno. “Il tempo è il più grande poeta, scrive storie che noi viviamo”, diceva Alda Merini, “storie che rimangono nei ricordi, custodite per sempre nel cuore”. Quanto mi manchi fratello mio, sei stato, sei e resterai sempre nel mio cuore…
Adolfo (Foffo)

DOMENICO LA TORRE: Rimasta nella storia quella volta che Claudio decise di uscire con una ragazza che lui stesso definiva “sanizza che merita”… a tarda notte ci incontrammo come quasi sempre in queste occasioni per raccontarci come era andata… salgo sulla sua Jeep e chiedo: allora? Lui si gira e mi dice che non era andata bene… allora io gli dissi ma come? Perché? Non gli piacevi? E lui… noooo mi ha detto che era molto “presa” ma… ed io: ma cosa? E lui con faccia “seria”, che chi conosce Claudio sa di cosa parlo, mi dice: era presa ma al momento di concretizzare mi ha detto se ero sicuro e allora gli chiesi il perché? E la ragazza gli rispose: “vidi chi non aihu a mutanna giusta”… A quel punto iniziammo a ridere sino alle 5 del mattino. Da allora quello diventò un refrain delle nostre serate…

LAURA LO GOZZO: Il gigante buono con i baffetti: Ho conosciuto Claudio nella sua forma più smagliante, bello, solare, carismatico e aggregante. È diventato mio cognato frequentando Simona, la sorella di mio marito, e poi……. la malattia sempre condivisa con il sorriso e con atti di altruismo…. Un pomeriggio di novembre Claudio mi chiamò al telefono “cognata ti devo parlare da sola a quattrocchi”. Ci incontrammo di sera in via XXIV Maggio e dopo un po’ di preliminari scherzosi, mi disse: cognata mi devi aiutare a farmi lasciare da Simona inventandoti che mi hai visto con un’altra ragazza in atteggiamenti intimi altrimenti non ci crede. Questo era Claudio, un grande birbante con un cuore d’oro e con un grande rispetto e amore verso la sua famiglia, che adorava, e verso gli altri.

MARIAGRAZIA LO SCHIAVO: Corso teorico pratico in Spagna. Professore fortemente strabico. Chiedo a Claudio: “scusa non ricordo il nome del professore” e lui: “frivi u pisci e vadda a iatta

VINCENZO MAZZAFERRO: Claudio era un medico e come tale l’ho sempre conosciuto, in un momento delle nostre vite in cui la malattia aveva creato una differenza tra noi: quella che sempre esiste tra chi cerca una cura e chi la subisce. A quel tempo i rapporti erano più diretti e meno contaminati dalla tecnologia permissiva e dalla preoccupazione globale che oggi ci stringe sempre di più il cervello. A quel tempo era più facile assorbire lezioni dalla vita reale e non da una delle tante sue rappresentazioni scrollando uno smartphone. Non ho un ricorso specifico di Claudio da mettere in comune, o meglio ne ho molti simili tra loro, che tutti mi riportano ad un amico medico malato, che però nei confronti della malattia e di chi provava a curarla aveva un approccio diretto e semplice, che ironizzava in siciliano sulla prima e sorrideva in italiano al secondo. Come se il rapporto con la malattia fosse sì un fastidio da affrontare insieme ma anche un affare privato, esclusivo, intimo. Troppo giovane per far diventare la sua malattia un problema, ricordo Claudio come un amico medico che io soffrivo nel vedere malato ma che lui mi invitava ad osservare come alla squadra del Messina calcio venuta a San Siro a vincere con la leggerezza di chi non sente la pressione e guarda quanto manca alla fine, perché questi sono problemi che non contano per chi è in campo per il gioco, per la passione, per la gioia pura dello star bene al mondo. Anche solo per il tempo breve di una partita.

DAFNE MUSOLINO: Mi hai insegnato il valore dell’amicizia che supera il tempo e lo spazio, sei stato il sole di giorni di pioggia, la tua allegria era contagiosa così come la tua grande generosità che sapeva sempre coinvolgere le persone che ti stavano accanto. Sei sempre nei miei pensieri. Ciao Claudio ♥

PIERO ORTEGA: Il giorno che Claudio……mi tese la mano: Una delle spiagge piu’ “in” di Lipari, strapiena di gente che ci osserva incuriosita: io e Irene arriviamo rombanti, fino a una certa distanza, col gommone di Claudio.  Lui spegne correttamente il motore e ci avviciniamo pagaiando, sempre osservati da mezzo mondo. A quel punto (in blue-jeans, camicia annodata, occhiali scuri e capelli al vento), come nei film americani, faccio un salto dalla prua per atterrare sulla spiaggia. Risultato: calcolo male la distanza e finisco in acqua come un sacco di patate. E mentre gli occhiali galleggiano e io annaspo, cercando disperatamente di alzarmi (i vestiti si erano riempiti d’acqua), Claudio scende, si avvicina e mi guarda, dicendomi, con un sorriso tra l’ironico e il compassionevole, mentre mi tende la mano: “Cumpareddu, pi oggi a to patti a facisti. Ora suggiti, picchi stamu facennu ridiri tutta Lipari”. E io: “Menumali chi non mi canuscinu”. Claudio: “Si ma mi canuscinu ammia”.

WALTER PAGANO: Quando bussava alla porta, si presentava dicendo “Ehi Canazzo” e il mondo diventava più leggero. Seguiva quell’abbraccio dove c’era tutto: amicizia, forza, famiglia. Non seguivano grandi discorsi: bastava la sua presenza. Sapeva farci ridere, sostenerci, tenerci uniti.

ALBERTO PALELLA: Ogni qual volta metto piede a Lipari sento le nostre voci un poco biascicanti (post bevutina di troppo in discoteca), cantare a squarciagola sulla tua jeep con la musica ad alto volume sino all’alba.
In un angolo remoto dentro di me siamo ancora quei ragazzi lì.

PEPPE PARISI: I ricordi e i pensieri sono tanti, molti sono personali.
Da tutti traspare ed emerge il carattere, l’indole di Claudio, la sua allegria, la sua disponibilità verso tutti gli amici, la sua goliardia, la sua grande generosità d’animo e la capacità di saper sdrammatizzare senza prenderci mai sul serio, il che non vuol dire superficialità di pensiero, ma quella leggerezza d’animo che ti fa affrontare le cose con quel minimo di serenità senza però perdere la capacità di essere seri quando si doveva. La sua risata coinvolgente e la sua voce risuona ancora immutata

SANDRO PRINCIOTTA: Mia madre fa il pesce stocco a ghiotta…giochiamo a briscola in 5 e alla fine ci facciamo due spaghetti…….. voi vino, io cola diet perché sono a dieta.

LUIGI SABATINI: A parte i mille divertimenti che ci siamo concessi, di Claudio mi è rimasta impressa una frase che vorrei ricordare. Quando parlavamo di politica concludeva sempre dicendo…”Di corrente ce n’è una, tutti gli altri sono venticelli

ALESSIO SANTAGATI: Ogni pomeriggio ci vedevamo un gruppo di amici in una sala giochi (endas) gestita da un anziano signore di nome Filippo…. era giusto sotto casa di Claudio e senza appuntamento e senza telefonate (non c’erano i cellulari) ci si ritrovava lì dopo le 17. Si rideva si scherzava si facevano record al flipper e così passavano le giornate sempre col sorriso e con spensieratezza…. Claudio arrivava sempre per ultimo ed il signor Filippo appena lo vedeva diceva sempre la stessa frase… “ora ci semu tutti cominciamu”….

MAURIZIO TETI: Era l’estate del 2001 e come ogni anno trascorrevo le mie vacanze a Lipari.
Generalmente arrivavo nell’isola nel periodo tra luglio ed agosto e talvolta mi trattenevo sino agli inizi di settembre.
Era il tempo della spensieratezza e dell’evasione, dell’allegria e della condivisione, ed era anche il tempo degli amici.
Tra di essi c’era Claudio D’Alìa, personalità di rara intelligenza ed acuta ironia, che coniugava sensibilità umana, rigore professionale ed estrosa leggerezza.
Un pomeriggio d’agosto ci trovammo sulla spiaggia di Canneto – sotto un sole cocente – insieme a Claudio, Fabrizio (detto Izzi) e Fabrizio (detto Elvis).
Distesa sulla battigia, tra le onde del mare Alessandra, amica di Claudio, robusta e particolarmente in carne. Ad un certo punto notammo Claudio strizzare gli occhi, ondulare il busto da una parte all’altra, come se stesse cercando qualcosa in lontananza, e scrutando il mare all’orizzonte lo sentimmo chiamare con voce alta Alessandraaaaaaa, la sua amica si girò prontamente e rispose “dimmi Claudio”…e lui, creativo, irriverente ed implacabile, le urlò tra le risate di tutta la spiaggia: “spostatiiiii ca non vidu Panareaaaaaa“.
Maurizio Teti, Fabrizio Del Bono e Fabrizio Famularo

DARIO TOMASELLO: Con Claudio ogni serata poteva prendere la china decisiva tra il puro divertimento e quello che da adolescenti chiamavamo sperimentare la gioia incosciente di non aspettarsi nulla dal domani.
Perché il presente è quello che conta.
Il presente è quello che pesa sulle spalle di un’età immune alla morte, che si sa eterna, nel bene e nel male.
E allora poteva capitare, a Siracusa per esempio in un torrido maggio, dopo che Claudio aveva sfidato durante il tramonto gli attori dell’INDA motteggiandoli sferzante e trascinando nella sua risata tutto il pubblico, poteva capitare, dico, che, di notte, nelle stanze dell’hotel dove nessuno di noi voleva stare, perché faceva troppo caldo, fuori e dentro, nei nostri corpi sconvolti dalla furia ormonale.
Poteva capitare che nel pieno di un’ubriachezza non molesta ma nemmeno modesta.
Poteva capitare che Claudio si alzasse in piedi, sfidandoci con il suo sguardo sfottente e cominciasse a percorrere in bilico sul cornicione, al terzo piano, la distanza che ci separava dall’appartamento di chissà quale avventura e chissà quale fallimento.
Il problema è che lo abbiamo seguito tutti.
O, almeno, di sicuro io e Alfredo.
E quando, mezzo nudo, ha cominciato a bussare alla fantomatica finestra e nessuna avventura e nessun avvenimento si è palesato, ma un anziano cameriere nella sua notte libera dal servizio, Claudio come se niente fosse, lo ha apostrofato con il suo consueto:
C’è qualche problema? Sono tutto per te!
Agli improperi dello sfortunato astante, abbiamo risposto cantando in coro Dalla a squarciagola, nel percorso a ritroso, sul cornicione “Vita in te ci credo…“.
Siamo rimasti in bilico intorno quella nostra antica fiducia.
E lo siamo ancora.
Se penso a Claudio…

RICCARDO D’ALIA: Un giorno il Preside della tua scuola chiamò a casa per avere Tue notizie dato che non ti vedevano da molto tempo… La mamma sapendo invece che andavi a scuola ogni giorno andò su tutte le furie e ti venne a cercare per le strade della città …. Quante risate mi sono fatto… Temevo per te ma sapevo che in qualche modo l’avresti fatta franca anche questa volta. Tu potevi  fare / dire ogni cosa perché tutto ti veniva perdonato . Avevi una personalità così forte e dirompente, un senso dell’umorismo e una vivacità così spiccata che nessuno poteva resisterti. Noi tutti ti coccolavamo, eri il piccolo di casa…
Solo dopo mi sono reso conto che in realtà eri il più “grande ” di tutti! Sempre nel mio cuore.

CARMELO CARATOZZOLO: Grande tifoso interista, venne la prima volta a casa mia per un derbi milan inter il 05.10.2003 .
Aveva una maglia dell’inter dentro la borsa di Simona posta nella parte superiore pronto per sventolarla.
Ad ogni goal del milan la spingeva verso il basso.
A fine partita non parlava più e gli era passato l’appetito.

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Si dice che il tempo cancelli le ferite,
ma non potrà mai cancellare il ricordo del tuo sorriso e del tuo essere speciale.
Dopo 20 anni, ecco quello che “RACCONTIAMO DI TE”